MAMMA

di Annibale Ruccello

con, regia e spazio Danilo Giuva

consulenza artistica Valerio Peroni e Alice Occhiali

luci Cristian Allegrini

musiche e suoni Giuseppe Casamassima

fondale Silvia Rossini

organizzazione Antonella Dipierro

assistente alla regia Riccardo Lacerenza

con il sostegno di OmbreAssociazione Culturale, Teatro Rossini e Assessorato alla Cultura Comune di Gioia del Colle

una produzione Compagnia Licia Lanera


x/prosa

 

Una madre è colei che dà inizio alla vita, è colei che rende possibile l’inizio di un altro mondo, che
fa esistere un’altra volta, ancora una volta il mondo.
Nell’atto del concepimento la madre diventa creatrice e generatrice, il suo corpo cresce, si
espande, acquista le sue forme, rivelando la sua trascendenza.
La maternità è l’evento in cui ogni madre incontra la dimensione irreversibile della perdita, è l’atto
in cui la madre perde il frutto creato dal suo corpo e cessa di essere creatrice.
La maternità non è mai un evento biologico, ma innanzitutto una manifestazione del desiderio di
reintegrare quel frutto nel suo corpo e di ripristinare il potere generatore della vita.
Ed è proprio dalla riflessione su questo desiderio e sulla sua degenerazione narcisistica che nasce
Mamma, un tentativo di comprendere e sviscerare nel profondo il meccanismo catartico della
maternità, per mostrare il cortocircuito che si innesca nella donna/madre nell’istante
dell’espulsione, trasformandola brutalmente e tragicamente nella metafora della disgregazione
del nido familiare al punto di disconoscerne ogni sua mansione naturale e rivelarsi una genitrice
perfida e mutevole.
Per rappresentare questa parabola di ferocia materna, Danilo Giuva sceglie Mamma – piccole
tragedie minimali di Annibale Ruccello, un autore con cui ha più di un elemento in comune: prima
di tutto l’età, elemento sacrosanto di unione – Giuva ha, infatti, qualche anno in più di quanti ne
aveva e il drammaturgo stabiese quando scrisse Mamma; in secondo luogo, l’elemento linguistico.

Entrambi vengono da contesti di provincia dove la lingua e la sua parlata assume una funzione
peculiare nella scrittura e nella resa scenica.
“Mamma. Piccole tragedie minimali” è l’ultimo testo scritto e interpretato da Ruccello nell’86.
Un’opera molto poco rappresentata, forse per la composizione frammentata in quattro brevi
monologhi o probabilmente perché, tra i lavori di Ruccello, è quella più aderente alle aberrazioni
dell’epoca in cui è stata scritta. La ripresa effettuata da Danilo Giuva consente di trovarsi dinanzi
ad un testo di grande forza, cattiveria, ironia e compassione. Per esaltare il testo di Ruccello e
azzerarne ogni riferimento temporale e geografico, Giuva ha scelto di tradurre l’opera dal
napoletano al suo dialetto di origine, il foggiano – lingua aspra e colma di asperità – che ne
magnifica la parabola di ferocia che le quattro protagoniste disegnano muovendosi da una storia
all’altra.
La restituzione della sconcertante contemporaneità del testo avviene anche attraverso la scelta di
lavorare dello spazio scenico, Giuva esilia le quattro protagoniste in un piccolo spazio surreale, nel
quale si muovono, parlano e delirano: un quadrato di quattro metri per quattro, vuoto, dominato
sul fondo da un sipario nero che si apre su un fondale bianco su cui campeggia il disegno di un
grande cuore anatomico. In scena solo una sedia nera e con essa interagiscono accenni di musica
elettronica, che si impastano con il recitato, e luci minimali disegnate in modo da incastonare i
quattro monologhi in forme geometriche che variano e si sovrappongono.
Estremamente rigorosa è anche la scelta degli abiti di scena: pantaloni, camicia e girocollo
totalmente neri, su cui si adagia una protesi in silicone bianca che ricalca le forme di una donna
gravida: i seni gonfi di latte e il ventre di vita.
Quattro brevi storie, dunque, in cui l’elemento del surreale è fondamentale per smorzare i toni di
una drammaticità esistenziale, per allontanare il reale e rendere le storie stesse tollerabili e
trasmissibili.
Quattro storie che, partendo da una fiaba intrisa di magia e malefici, diventano progressivamente
sempre più “reali”, delineando le tappe inesorabili del degrado familiare, sociale, e dello stesso
senso materno. Muovendosi da una storia all’altra, infatti, le quattro “Maria” perdono
progressivamente la rassicurante immagine dell’angelo del focolare, di cui ne è l’archetipo solo la
madre rappresentata nella fiaba, e si trasformano in donne disamorate, egoiste, sofferenti di una
solitudine pervasiva che le rende lentamente sempre più violente e sadiche.
In definitiva in “Mamma” si parla di qualcosa che non ha né un unico tempo, né un unico contesto
né, nonostante la lingua usata, una specificità territoriale. L’uso del dialetto foggiano, infatti, non è
un limite alla comprensione del testo, ma, al contrario, è uno strumento di esaltazione: della
ferocia, della bestialità della relazione materna e della sua natura, a volte, ossessivamente fisica.
Partendo proprio da queste peculiarità, Danilo Giuva ha affiancato, alla potenza del testo, una
partitura di gesti, posture ed azioni, dai forti riferimenti iconografici (dal candore de “La speranza
I” di Gustav Klimt alla “Madonna del Parto” di Piero della Francesca) che rendono questo lavoro,

nonostante il grande rigore, estremamente narrativo anche nell’estetica.
Per queste ragioni “Mamma” è uno spettacolo che parla una lingua universale, una lingua
intimamente nota a chiunque, e ognuno trova, tra le parole e i gesti di questo lavoro,
l’immaginario in cui rispecchiarsi e rispecchiare.
In fondo si sa “son tutte belle le mamme del mondo”.

 

 

NOTE DI REGIA

L’amore.
In nome dell’amore vivo da sempre. In funzione dell’amore ho sempre dirottato e tradito la
mia esistenza. L’amore, io, l’ho imparato attraverso mia madre.
Ho imparato quanto sia luminoso, divino, liberatorio, confortante, quanto possa essere “tutto”,
quanto possa essere distorto, violento, surreale, quanto sia traditore, egoista e quanto, a
volte, non esista.
Ho imparato tutto questo attraverso mia madre, attraverso la ferocia del suo amore, del suo
amore materno.
Mi sarebbe piaciuto scrivere del mio vissuto con la maternità, di parlare della mia di madre
iper-presente, iper-protettiva, della mia mamma bocca-di-coccodrillo, che ama i suoi due figli
in modo folle ed incondizionato, di cui si è resa felicemente e consapevolmente schiava e che,
realizzata la loro immediata trascendenza, ha tentato di fagocitarli, pur di continuare a tenerli
con sé, per continuare ad essere unico soggetto d’amore.
Avrei voluto tanto codificare la mia esperienza e portarla sul palco, ma, non ci sono riuscito,
sono ancora lì, incatenato alle sue fauci, sono ancora troppo figlio per parlare liberamente
senza implodere nella bolla amorosa che mia madre ha costruito, e allora ho deciso di affidarmi
alle parole di Annibale Ruccello, di far raccontare a lui e di prestargli la mia lingua ed il mio
corpo.

(Danilo Giuva)

 

 

SGUARDI CRITICI

«Su una scena nuda e nera, pochi elementi scenici interagiscono con le soluzioni minimali ed
eleganti di luci – quadrati bianchi che incastonano i monologhi – e presagi di musica elettronica
che s’impastano ad arte col recitato. Giuva, total black, sceglie una bellissima protesi di cartapesta
bianca – pancia e seno – come unico segno di demarcazione che lo accompagna in modalità
diverse durante tutta la narrazione. Una ripresa onesta e gustosissima di un testo meraviglioso,
che di Annibale Ruccello ci restituisce la purezza, l’ingenuità e, più di tutto, la modernità
sconcertante. Lontano da teche e celebrazioni. Vivo, sulla scena».
(Francesca Saturnino, Che teatro fa, la Repubblica.it)
«Giuva – qui alla sua prima prova da regista e al suo primo spettacolo come unico protagonista – è
una sorpresa. Esalta il testo di Ruccello traducendolo dal napoletano – lingua di massima
espressività capace di spietatezze ma anche di grande dolcezza – in un dialetto foggiano durissimo
e pieno di asperità, allontanando così ogni sospetto di datazione della drammaturgia. Si muove in
una bella e severa scena, dominata sul fondo da un nero sipario che si apre sul biancore di una tela
su cui campeggia il disegno di un cuore – con massima concentrazione e rigorosissima scansione di
battute e gestualità […] Le tragedie minimali trovano così nella minimale anch’essa e stilizzata
rappresentazione di stampo ritualistico una nuova dimensione, impreziosita ancor più dall’estrema
accuratezza della messinscena e dalla bravura dell’interprete».
(Nicola Viesti, Hystrio. Trimestrale di teatro e spettacolo)

«Sono storie di vita vissuta, (dis)illusa ed irrisolta che ci riconsegnano una umanità ambigua,
ipocrita, sporca […] in cui delirio, ferocia, insensatezza e – appunto – (dis)umanità si combinano,
senza soluzione di continuità, caleidoscopicamente, e di cui Giuva, rimescolandone le carte e
mutandone, contaminandone ed alterandone scientemente e geneticamente registri ed accezioni,
anche grazie al felicissimo utilizzo dell’humus linguistico e popolare di cui è pregno il suo dialetto,
si serve magistralmente per regalarci la propria personale interpretazione, per mettere in scena
tanto la poetica dell’autore quanto – e forse ancor più – se stesso, il suo essere Artista completo,
ironico dolorante, caustico, feroce, anch’egli – probabilmente – irrisolto, in fuga e, nello stesso
momento, in totale accettazione delle proprie origini, in un infinito ritorno al passato,
disorientando incessantemente gli spettatori, sempre in bilico tra allegria e commozione, prede di
un riso prima divertito e sfacciato, poi cinico e sadico, che infine diventa amaro e masochistico».
(Pasquale Attolico, lsdmagazine.com)

«Esistere un’altra volta sembra l’assillo su cui tutto lo spettacolo ruota, inteso come esperienza
trascendentale, generatrice di altro, rispetto al prima. Perché nella compattezza spaziale,
essenziale e anche temporale, cui ha lavorato Giuva, tutto arriva diretto in pancia. E’ lì che si
generano mostri e modelli che daranno origine ad una serie di catene, umane, capaci di
perpetrare la specie, sempre gravida di
insoddisfazioni, di mancanze di attenzioni. Anelanti amore. Fra tragedia, commedia e quel sano
trash, su cui l’attore ha costruito un modo di fare teatro che si assomiglia a pochi, Mamma risulta
uno spettacolo disturbante. Anche nel caso della migliore esperienza di
maternità/paternità/figliolanza».
(Giancarlo Visitilli, Mastica&sputa, la Repubblica.it)

MAMMA

Date:
Dal 02/11/2019
al 02/11/2019
Giorni e orari spettacolo:
02 novembre ore 20