IN PUNTA DI PIEDI

drammaturgia e regia Francesca Macrì e Andrea Trapani

con Andrea Trapani

disegno luci Mirco Maria Coletti

una produzione Biancofango

Insomma cos’é che la ipnotizza nel calcio, Pasolini?
“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo”.
Guido Gerosa intervista P.P.Pasolini
“L’Europeo”, 31 Dicembre 1970

Firenze, l’adolescenza e il calcio. In punta di piedi nasce dall’intreccio di queste tre tematiche e dai profumi persistenti degli anni Ottanta, ancora troppo vicini per guardarli come una vecchia fotografia e a sufficienza lontani per avvertirne sulla pelle la ferocia della memoria. Un adolescente e la sua città, bella di una bellezza rara, ma refrattaria al gioco e schiava della competizione per natura. Firenze che ama farsi guardare, ma mai che ri-guardi, se potesse, colpirebbe alle spalle tutti quelli che vorrebbero possederla. Un adolescente e l’ossessione di una generazione, un fanatismo lungo un secolo: il gioco del calcio. In punta di piedi è insieme un ritorno e un addio. Un adolescente e la sua città. Firenze. Bella di una bellezza rara, ma refrattaria al gioco e schiava della competizione per natura. Firenze che ama farsi guardare, ma mai che ri-guardi, se potesse, colpirebbe alle spalle tutti quelli che vorrebbero possederla. Troppe volte ha lasciato a bocca aperta, con una bestemmia in gola, ad annusare eleganza e poesia, a calciare più parole che palloni. A Firenze non esiste una sola parola che sia detta a caso: tutto ha un significato. Là, dove gli sguardi sono schiaffi, le parole non sono da meno. Ci si fa a botte. Ogni parola è una frustata, usata per far male, ogni discorso un combattimento in cui conta vincere e alla fine non importa darsi la mano. A Firenze, oltre a un’invettiva, voglio chiedere anche scusa e se avesse occhi per guardare vorrei che, almeno per una sera, fossero i miei. Un adolescente e il calcio. Il calcio che qui non ha il profumo degli album di figurine, dello stringersi tutti insieme davanti alla TV quando gioca la nazionale, delle prodezze dei Maradona di turno che alleviano la fatica del vivere quotidiano. Ha l’odore delle partite nei piazzali sotto casa, con palloni sgonfi o lattine vuote, con i giubbetti a far da pali e le mamme che all’imbrunire si affacciano dai balconi per dire che la cena é pronta e che la partita l’avremmo finita l’indomani. E come spiegare loro che la partita non sarebbe mai finita e che saremmo stati in piedi tutta la notte pur di giocare? È il calcio giovanile, quel piccolo limbo non ancora illuminato dai riflettori, quello che si gioca su campetti di terra secca, dove crescono pochi fili d’erba, dove se piove il fango diventa simile al mare e vi si può nuotare, dove i pochi spettatori sono i propri genitori. Io non ho mai saputo giocare a calcio, ma avrei tanto voluto saperlo fare. Ricordo un’adolescenza sportiva passata a scalciare gli anni con la stessa forza con cui buttavo la palla in fallo laterale. Ero un difensore, un terzino destro, destinato per tutta la partita ad avere lo sguardo incollato alle spalle dell’attaccante e seguirlo anche “quando va a pisciare…”, come diceva il mio allenatore. Ma perché continuare a giocare se non si vuol giocare? Così, come i difensori di una volta avevano lo sguardo annebbiato dalle spalle degli attaccanti, in questo spettacolo mi sono nascosto dietro i fantasmi del mio passato. Ho cercato di non perderli, li ho marcati ad uomo, mi sono stupito ancora una volta del loro respiro, sono riuscito ad evitare almeno i tunnel e forse per la prima volta ho giocato la mia onesta partita. Solo adesso che il lavoro è finito, posso voltarmi e, con occhi liberi dal sudore e dalle immagini con cui a lungo ho palleggiato prima di lasciarle partire, mi ritrovo con un quadro vuoto, da riempire ogni sera e con un corpo che lotta fino all’ultimo respiro, perché non ne resti solo la cornice.

 

NOTE DI REGIA
In punta di piedi è insieme un ritorno e un addio. Un adolescente e la sua città. Firenze. Bella di una bellezza rara, ma refrattaria al gioco e schiava della competizione per natura. Firenze che ama farsi guardare, ma mai che ri-guardi, se potesse,
colpirebbe alle spalle tutti quelli che vorrebbero possederla. Troppe volte ha lasciato a bocca aperta, con una bestemmia in gola, ad annusare eleganza e poesia, a calciare più parole che palloni. A Firenze non esiste una sola parola che sia detta a caso: tutto ha un significato. Là, dove gli sguardi sono schiaffi, le parole non sono da meno. Ci si fa a botte. Ogni parola è una frustata, usata per far male, ogni discorso un combattimento in cui conta vincere e alla fine non importa darsi la mano. A Firenze, oltre a un’invettiva, voglio chiedere anche scusa e se avesse occhi per guardare vorrei che, almeno per una sera, fossero i miei.
Un adolescente e il calcio. Il calcio che qui non ha il profumo degli album di figurine, dello stringersi tutti insieme davanti alla TV quando gioca la nazionale, delle prodezze dei Maradona di turno che alleviano la fatica del vivere quotidiano. Ha l’odore delle partite nei piazzali sotto casa, con palloni sgonfi o lattine vuote, con i giubbetti a far da pali e le mamme che all’imbrunire si affacciano dai balconi per dire che la cena é pronta e che la partita l’avremmo finita l’indomani. E come spiegare loro che la partita non sarebbe mai finita e che saremmo stati in piedi tutta la notte pur di giocare? È il calcio giovanile, quel piccolo limbo non ancora illuminato dai riflettori, quello che si gioca su campetti di terra secca, dove crescono pochi fili d’erba, dove se piove il fango diventa simile al mare e vi si può nuotare, dove i pochi spettatori sono i propri genitori. Io non ho mai saputo giocare a calcio, ma avrei tanto voluto saperlo fare. Ricordo un’adolescenza sportiva passata a scalciare gli anni con la stessa forza con cui buttavo la palla in fallo laterale. Ero un difensore, un terzino destro, destinato per tutta la partita ad avere lo sguardo incollato alle spalle dell’attaccante e seguirlo anche “quando va a pisciare…”, come diceva il mio allenatore. Ma perché continuare a giocare se non si vuol giocare? Così, come i difensori di una volta avevano lo sguardo annebbiato dalle spalle degli attaccanti, in questo spettacolo mi sono nascosto dietro i fantasmi del mio passato. Ho cercato di non perderli, li ho marcati ad uomo, mi sono stupito ancora una volta del loro respiro, sono riuscito ad evitare almeno i tunnel e forse per la prima volta ho giocato la mia onesta partita. Solo adesso che il lavoro è finito, posso voltarmi e, con occhi liberi dal sudore e dalle immagini con cui a lungo ho palleggiato prima di lasciarle partire, mi ritrovo con un quadro vuoto, da riempire ogni sera e con un corpo che lotta fino all’ultimo respiro, perché non ne resti solo la cornice.

 

La compagnia Biancofango nasce nel 2005 dall’incontro tra Francesca Macrì e Andrea Trapani. Nel 2006 inizia la realizzazione della Trilogia dell’inettitudine : IN PUNTA DI PIEDI (2006), LA SPALLATA (2007), una drammaturgia originale liberamente ispirata a uno solo fra i “Ricordi del sottosuolo” di F. Dostoevskij e FRAGILE SHOW (2009), ancora una drammaturgia originale liberamente ispirata a “Il soccombente” di T. Bernhard. L’intera trilogia ha circuitato e continua a circuitare in Italia e all’estero (America Latina, Spagna, Austria) e nell’ottobre del 2011, dalla casa editrice Titivillus, ne sono pubblicate le drammaturgie. Nel maggio del 2012, al teatro Palladium di Roma, all’interno della rassegna Teatri di Vetro, debutta il nuovo lavoro, PORCO MONDO, prodotto dalla Corte Ospitale di Rubiera e da OffICina 1011 di Triangolo Scaleno Teatro e attualmente ancora in turnèe. Da luglio a dicembre 2012 partecipa al progetto Perdutamente promosso dal Teatro di Roma e inizia un percorso scenico e drammaturgico con gli adolescenti delle scuole romane culminato nello studio: CULO DI GOMMA/ovvero la perdita dei Padri. La progettualità, artistica e pedagogica, con gli adolescenti continua nel 2013/2014, sempre in collaborazione con il Teatro di Roma, con lo spettacolo ROMEO E GIULIETTA ovvero la perdita dei Padri | prove di drammaturgia dello sport con gli adolescenti, che ha previsto a costruzione di una compagnia formata da attori professionisti, nei ruoli degli adulti del testo shakespeariano, e adolescenti nei ruoli dei giovanissimi. Il lavoro debutta a dicembre 2014 presso il teatro India di Roma. Nel luglio del 2014 debutta invece, in anteprima internazionale in Spagna (Almagro – Festival di Teatro Classico), con un progetto speciale nato dall’unione di una serie di artisti con percorsi ed esperienze eterogenee (Andrea Baracco | Biancofango | Luca Brinchi e Roberta Zanardo – Santasangre): HAMLET. In Italia il progetto debutta a settembre 2014 presso il Teatro Argentina di Roma, all’interno del Festival Romaeuropa. Nel 2016 | 2017 mentre continua la circuitazione di tutti i lavori (Hamlet in America Latina – Porco mondo, Fragile show e In punta di piedi in Italia) inizia il nuovo progetto, IO NON HO MANI CHE MI ACCAREZZINO IL VISO, prodotto da Teatro dell’Elfo, Fattore K, Teatro della Tosse, che dopo un’anteprima a Romaeuropa Festival 2017 ha debuttato al Teatro Elfo Puccini di Milano. Contemporaneamente riprende il lavoro artistico e pedagogico con gli adolescenti. Il progetto di indagare la costruzione anomala di una compagnia formata da adolescenti e attori professionisti a partire dal testo Romeo e Giulietta di Shakespeare, dopo il debutto romano, vuole ampliarsi su tutto il territorio italiano attraverso una serie di tappe. Il secondo passo di questa sperimentazione è stato a Napoli, con gli adolescenti napoletani e il Teatro Bellini, nell’ottobre del 2017. Il terzo passo sarà a Cagliari, con gli adolescenti sardi e Sardegna Teatro. Nel 2018 inizia la nuova produzione: LOLITA.

IN PUNTA DI PIEDI

Date:
Dal 17/02/2019
al 17/02/2019
Giorni e orari spettacolo:
17 febbraio 2019 ore 19:00