COVER 3.0

COVER 3.0

da un testo di Mariastella Eisenberg
con Ilaria Delli Paoli
coro Martina Porfidia, Fabiana Marotta, Maria Elena Mennella, Valentina Velleca
adattamento Luigi Imperato
regia Rosario Lerro
assistente alla regia Vincenzo Bellaiuto
musiche Paky Di Maio
scene Antonio Buonocore con Nicola Bove
assistente scene Mustapha Khan
collaborazione movimenti scenici Dalila Riccobono
video Angelo Cretella
in video Vincenzo Bellaiuto
grafiche Vito Vigliotti
organizzazione Napoleone Zavatto
una produzione MUTAMENTI / Teatro Civico 14 2019

 

Adele è vedova. La morte del marito l’ha gettata in una crisi profonda e nonostante i suoi 35 anni si sente una donna diversa: vuole distruggere il suo vecchio io.

Adele da figlia, sorella, lavoratrice e poi moglie, è stata sempre una che ha “funzionato”  sentendosi, però, in stato di minorità nei confronti del suo mondo.

Ora le sembra di avere il vuoto intorno, di aver perso il ruolo e così le sue certezze: è il momento giusto per provare un’altra strada. Mette in atto un progetto di solitudine – scelta e non imposta  – in cui il silenzio domina incontrastato interrotto solo dai “rumors” virtuali dei mezzi tecnologici. Il suo progetto di vita sarebbe quello di disconnettersi pian piano dal rumore bianco della tecnologia – dopo essersi disconnessa dal mondo – per connettersi al silenzio. Ma il progetto sembra fallire in seguito ad una serie di circostanze tragicomiche fino ad un imprevisto finale, che vede Adele – questa volta non più oggetto ma soggetto – in veste di demiurgo di un’altra vita.

 

/appunti sulla messinscena

Traghettare la scrittura di Mariastella Eisenberg verso una forma che ne accentuasse i caratteri drammaturgici non è stato complesso poiché la vivacità, l’ironia e gli abbandoni lirici del testo ne facevano già una partitura teatrale in potenza, una narrazione che si fa già azione sotto gli occhi e nella mente del lettore. Abbiamo provato a mettere la complessità del personaggio di Adele, la sua leggerezza e il suo malessere, al servizio di un linguaggio scenico fatto di elementi classici e contemporanei al tempo stesso. Una sorta coro post moderno che dialoga con la tecnologia e forse ne è parte, voci che giungono da un altrove remoto ma che potrebbe anche essere semplicemente il rimbombare dei pensieri della protagonista, i rumori del suo cuore e del suo cervello, il farsi suono e presenza del suo stesso respiro. La solitudine di una donna circondata dall’immaterialità sonora, dal rumore tanto odiato, dal trambusto di persone che le sono intorno ma che non ci sono; lasciata, nonostante l’apparente aggressività, debole e indifesa al centro della scena. Voci, ombre, pensieri che si allungano fino a lei, attraversano le pareti invadono il suo spazio di sicurezza. Un continuo dentro di rimpianti e un fuori di rimandi. Alla vita che poteva essere. Alla vita che non può essere. Alla vita che, in fondo, non sarà.